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TUTTI I LUOGHI DEL PRESIDENTE

Mentre sento gli elicotteri volare sulla testa e guardo in tv le immagini dei dintorni di casa mia parate a festa e blindate mi viene in mente che oggi sarà meglio non uscire, per evitare deviazioni e strade sbarrate da camionette della polizia e inferriate. In fondo a due passi da qui, mentre scrivo, c’è il gotha della politica e della cultura francesi e internazionali.

E allora, in attesa che si dissolvano le limitazioni e che Parigi torni a essere di tutti mi viene in mente di trasformare in spunti di viaggio (ed eventualmente di visita, quando possibile) tutti o quasi i luoghi del Presidente. Cioè di questo, l’ottavo della Quinta Repubblica. Emmanuel Macron.

Vive la République. Vive la France.Rue Cler. La residenza privata di Brigitte ed Emmanuel Macron si trova in questa stradina pedonale nel cuore del settimo arrondissement. Personalmente mi sembra l’angolo più gioioso e sorridente di questo arrondissement, altrove troppo serio e forse anche pieno di sé. Un po’ snob e tanto noioso. Rue Cler è una delle poche eccezioni. Pedonale, dunque, e piena di negozietti e terraces aperte anche durante l’inverno. C’è anche un mercato con i banchi di verdura dove fa la spesa una delle vedettes della cucina italiana in Francia, Laura Zavan. No, niente ristorante. Laura officia a domicilio. Quello altrui (i suoi catering sono gettonatissimi per gli eventi della stampa nazionale, di artisti e creativi del calibro di Philippe Model) o quello del suo compagno, il fotografo Philippe Arnaud, a due passi dalla casa di M. et M.me Macron, dove organizza piacevoli table d’hôte.

 Palazzo dell’Eliseo. 55 rue du Faubourg St. Honoré. Davanti alla folla rigorosamente in fila sul marciapiede opposto, l’ingresso ufficiale al palazzo presidenziale si trova qui, nella parte alta dell’arteria della moda internazionale. Dall’altra parte, invece, il palazzo si apre su un vasto giardino affacciato sul Rond Point degli Champs Elysées. E pensare che fino a tre secoli fa questa strada era ancora campagna e dove oggi ci sono dimore e vetrine di lusso era tutto un pascolo. Tutt’al più con qualche casupola dal tetto di paglia. Il terreno dove ora si trova l’Eliseo venne venduto dall’architetto Armand Claude Mollet a Henri-Louis de la Tour d’Auvergne, conte di Evreux, che gli commissionò la sua residenza, considerata ancora uno degli esempi migliore di architettura classica. Difficile sbirciare all’interno perché, présidence oblige, la sicurezza e la protezione della privacy sono ai massimi livelli. Ma sfidando il sonno (e la coda) lo si può visitare nelle Giornate Europee del Patrimonio (16 e 17 settembre prossimi) con l’unica avvertenza di alzarsi prima dell’alba per essere davanti all’Eliseo alle 5 del mattino.

Hotel de Marigny. Si trova sul viale omonimo, a due passi dall’Eliseo, ed è il palazzo in cui il Presidente riceve gli ospiti stranieri. Tra i proprietari ci fu il barone Gustave de Rothschild che lo acquistò dalla duchessa di Bauffremont insieme a un altro hôtel particulier per un totale di circa 3555 metri quadri abitabili. Evidentemente non sufficienti, visto che nel 1872 il barone decise di riunire le due proprietà e di far costruire un nuovo palazzo su una parte dei terreni. Dopo una decina d’anni di lavori, ecco il risultato: un edificio con un ingresso monumentale che dà accesso a un vestibolo altrettanto grandioso. Peccato non poterlo visitare.

Rambouillet. Circondato dalla foresta che porta lo stesso nome e che lo dà anche a tutta la zona e al comune vicino (residenza dorata dei parigini a meno di mezz’ora dal centro della Ville Lumière), questo casello non è più stato abitato dai Presidenti della Repubblica, anche se le informazioni lo danno come facente parte delle loro residenze ufficiali. Un laghetto gli fa da specchio e ne segue il profilo disegnando un semicerchio, mentre nel grande giardino si nascondono (è proprio il caso di dirlo) la Chaumière aux coquillages della principessa di Lamballe e la Laiterie de la Reine Marie Antoinette, che amava tanto le atmosfere bucoliche. Questi due gioiellini architettonici del XVIII sono le uniche parti attualmente visitabili, dato che il castello è chiuso per restauri fino (forse) a fine 2017.

Forte di Brégançon. Bisogna scendere fino a sud dell’Esagono e perdersi nelle alture attorno a Bormes-les Mimosas (profumatissima e tutta colorata di giallo a partire da febbraio, quando fioriscono le mimose, da cui il nome). Poi si deve scendere ancora fino al mare e alla sottile lingua di terra che separa la costa da un isolotto roccioso alto 35 metri. Dalla prima fortezza, che risale addirittura a un secolo prima di Cristo, si controllavano le rade di Hyères e di Tolone. Nel corso dei secoli castello e territorio circostante appartennero ai visconti di Marsiglia che lo vendettero al Comune. Furono i matrimoni e il passaggio proprietà di erede in erede che lo fecero arrivare alla Corona e a Carlo d’Angiò che, diventato sovrano delle Due Sicilie, volle riparare e armare tutte le fortezze della costa, Brégançon compresa. Passarono altri secoli prima che vi soggiornassero il generale de Gaulle, nel 1964, e poi i presidenti Pompidou e Giscard d’Estaing, il primo a usarlo regolarmente, Mitterrand, Chirac, Sarkozy e Hollande. Farà lo stesso anche Macron?

ENA, cioè École Nationale d’Administration. Insomma il vivaio della classe dirigenziale economica e politica francese. Gli “Énarques” cioè gli ex alunni (soprattutto quelli arrivati ai vertici del Paese, come l’attuale Presidente) non hanno bisogno di presentazioni ulteriori. Se hanno frequentato questa scuola si sa già che hanno caratteristiche ben precise. Brillanti, intelligenti, colti, amanti delle arti, specialmente di quelle classiche, determinati, spesso di buona famiglia e di sicuro con ottime future relazioni interpersonali. Come in una specie di clan qui ci si riconosce sempre e non ci si perde mai di vista, anche perché prima o poi si finisce per chiamare per nome ministri, direttori generali e da ora anche il presidente: nelle foto ricordo degli Énarques ci sono un po’ tutti. Il senso d’appartenenza è una delle cose che si imparano all’ENA, insieme alle discipline previste dal corso di studi prescelto. Nata all’indomani della Seconda Guerra Mondiale sotto la presidenza di de Gaulle, la Scuola Nazionale di Amministrazione si inseriva nel progetto di riforma della “macchina amministrativa” dello Stato. Oltre alla sede principale a Strasburgo, quella di Parigi si trova al n. 2 di avenue de l’Observatoire e ospita la direzione delle relazioni internazionali, un centro di documentazione e quello che si occupa delle classi preparatorie al concorso.

Le Touquet- Paris Plage. In questa località balneare a nord di Parigi i coniugi Macron si sono sposati e si rifugiano dal clamore della capitale. O almeno avevano l’abitudine di farlo prima dell’elezione di Emmanuel. Qui sono anche residenti, visto che hanno votato sia il 23 aprile che il 7 maggio. Quando fanno tappa a Le Touquet, i Macron abitano in una villa sulla strada principale, ristrutturata e rimessa a nuovo da qualche anno. A due passi c’è lo spettacolo della Côte d’Opale, ci sono le falesie e le ampie spiagge di sabbia. C’è la baia della Somme con le sue colonie di foche, un po’ più giù il pont de Normandie e di fronte la Manica che separa la Francia dal regno extra europeo di Gran Bretagna. Da Parigi ci si arriva in un paio d’ore di macchina o di treno dalla Gare du Nord.

Carla Diamanti per Luuk Magazine

Cartoline da Parigi: CHI HA DETTO BAGUETTE?

Sembra ieri. Ma sono passati mesi. Di viaggi, di rientri, di caldo afoso e di freddo glaciale, insomma di clima continentale. Ora è il periodo della rinascita, della (quasi) primavera, delle nuvole che tornano a farsi chiare e del vento che finalmente spazza via un po’ delle polveri sottili che ci hanno soffocato durante i mesi invernali. Insomma è il periodo delle giboulées, cioè dei capricci meteorologici. Marzo è marzo. Aumentano le ore di luce e riparte anche la voglia di andare in giro a curiosare.
Oggi direzione Quartiere Latino: vado a fare visita a un panettiere di cui ho sentito cose eccezionali ma che soprattutto si differenzia dagli altri per un piccolo rilevantissimo particolare. Jean-Luc Poujauran non sforna baguette. A dir la verità non assomiglia neppure a un panettiere: ha l’allure dell’intellettuale, del musicista, dello scrittore, dell’artista. E in fondo ciò che produce sono in effetti dei piccoli capolavori di forma e di gusto.

il pane di Jean-Luc Poujauran sulle più celebri tavole di Parigi ©Nicoletta Diamanti

Appoggiato al bancone del cafè dove lo incontro, mi racconta la sua storia. Comincia da bambino, come le storie di tanti adulti che arrivano a coronare un sogno. Comincia a sud-ovest, nella regione delle Landes, dove la Francia sta per incontrare la Spagna e dove ogni ingrediente è una nota nell’armonia del gusto. Comincia nella cucina di famiglia, dove osserva le preparazioni e getta le basi. Decide di fare il pane, anche per quel meraviglioso suono che si sprigiona dalla crosta croccante. “Il pane che canta”, lo chiama Jean-Luc, che lo impasta e lo cuoce in un forno nascosto nei sotterranei di un cortile parigino. Impossibile trovarlo perché dopo 27 anni di vetrine ha deciso di dedicare tutto il suo tempo al prodotto, lasciando agli altri il lavoro della vendita. Gli altri sono soprattutto i ristoranti. I migliori ristoranti. Molti stellati, tanti bistrot. Sale di Guérande, farina macinata a pietra, acqua osmotizzata, lievito nato 79 anni fa, rinnovato tutti i giorni e ricevuto da suo padre. Tutto viene lavorato a mano, controllato momento per momento, porzionato, lasciato riposare e poi cotto. In tutto ventisei ore per trasformare gli ingredienti in pane che esce dal forno. Unica eccezione i prodotti che partono per Singapore o per le Antille: per esigenze di conservazione la cottura viene interrotta e poi ripresa a destinazione. E poi i capricci degli chef. Più cotto o meno cotto, profumato al nero di seppia, con le olive o profumato alle bucce d’arancia. L’elenco dei ristoranti dove assaggiarlo è lungo: da Astrance (3 stelle Michelin) a Baagaa (hamburger con pane firmato), da Les Ombres all’esclusivo Maison Blanche, dal trendy Rose Bakery al Plaza Athénée o al Jules Verne, sulla Tour Eiffel.

farina macinata a pietra, sale di Guérande, acqua osmotizzata, lievito madre: Jean-Luc Poujauran al lavoro ©Nicoletta Diamanti

A due passi c’è un delizioso bistrot con cucina delle Landes. Mi sembra il posto perfetto per assaggiare il pane di Jean-Luc accompagnandolo alle specialità della sua regione. Il bistrot si chiama Belhara (www.bistrotbelhara.com), come l’onda gigante che gli appassionati di surf aspettano ogni inverno nella baia dell’incantevole St. Jean de Luz. Oltre la pesante tenda marrone dell’ingresso, Parigi sembra lasciare il posto a un luogo completamente diverso. Pochi tavoli, armadi di legno e un’atmosfera di provincia. Dalla cucina lo chef Thierry Dufroux spedisce in sala piatti della tradizione basca, come lui. Il menu si scorre in fretta perché le proposte sono volutamente poche per garantire stagionalità e freschezza. Comincio con la “Garbure”, cioè il minestrone tipico del sud ovest preparato con verdure miste e ritagli di un prosciutto di Bayonne, prodotto nei Paesi Baschi. Continuo con spalla di lepre al civet con quelle che da queste parti chiamano “verdure dimenticate” e castagne. Il pane? Ah, già, il pane. Leggero, gustoso, digeribile, perfetto con il burro della casa. E con il minestrone di inizio pasto. Ma anche con il sughetto del coniglio. Immagino che sarebbe stato ottimo anche con la salsa del pollo giallo (cioè allevato a mais) o con la fricassea di terra e di mare (ah, quanto mi ricorda i Paesi Baschi francesi!). Per il dolce non ho più posto. Tornerò, magari di sera, quando i tavoli saranno preparati con tovaglie bianche dall’attentissimo maître. Tornerò per una Tarte Bourdaloue, inchino di Thierry alla città che lo ha accolto. O forse per un aperitivo con una plancha con formaggio Ossau-Iraty e affettati firmati Louis Ospital. Chissà come si sposeranno con il pane di Poujauran…

lo chef Thierry Dufroux del Bistrot Belhara  ©Nicoletta Diamanti

Carla Diamanti per Touring Magazine

 

 

8 COSE DIVERTENTI DA FARE A CAPODANNO A PARIGI

Tacchi a spillo o giaccone pesante, terrazze da cartolina e suggestioni di Oriente lontano: non importa come, purché ci si dia appuntamento a Parigi a mezzanotte del 31 dicembre. 8 idee per brindare.

Parigi nell’immaginario collettivo mondiale è il luogo perfetto in cui trascorrere la notte del 31 dicembre. Ed è tutto vero. Le sorprese cominciano già nel pomeriggio perché dalle 17 del 31 e fino alle 12 del giorno seguente tutti i mezzi di trasporto sono gratuiti. Tutto per lasciare l’auto a casa e spstarsi leggeri tra i mille appuntamenti. Spettacoli, eventi, serate a tema, concerti nelle chiese (splendido quello nella Sainte Chapelle!) ma ci si diverte anche per le strade, invase da folle oceaniche munite di bottiglie di champagne (anche se in realtà non si potrebbe), oltre che di cappello e guanti. Tutti augurano a tutti «bonne année» dal 31 e per un mese intero: a Parigi per tutto gennaio ci si continua a scambiare auguri. Feste e folla ma niente botti, o comunque meno rispetto a casa nostra. A scoppiettare invece sono i papillottes, deliziosi cioccolatini nati a Lione e diventati il dolce delle feste, incartati come caramelle insieme a dolcissimi petardi. Comunque scegliate di trascorrerlo, il réveillon du Nouvel An sarà magico e divertente. Le proposte sono innumerevoli, per tutti i gusti e per tutte le tasche. E se scegliete un locale invece dello street party pensate a prenotare in anticipo e verificate il dress code: la consueta informalità parigina potrebbe fare un’eccezione per Capodanno!

Carla Diamanti per Vanity Fair